Chi Siamo
Era il 1977 quando abbiamo iniziato. Molti di noi non erano neppure maggiorenni e i più vecchi avevano 23 anni. Il palco era quello della mitica “Sala Ricreativa Cattolica” che poi era il cinema-teatro del nostro Oratorio “S.a.c.e.r.” di Cernusco sul Naviglio (Milano).

La Storia
Possiamo dire che non abbiamo mai smesso, o meglio una lunga pausa c’è stata quando il vecchio teatro è stato demolito e ci sono voluti lunghi anni finché, nel 1998, non è sorto il nuovo teatro Agorà; abbiamo messo in scena un po’ di tutto a volte anche con una incoscienza tipica dei giovani (senza paura “La bottega dell’orefice” di Karol Woitila e poi “Diario” di Roberto Zago nella stessa stagione dei nostri vent’anni). Atti unici in dialetto milanese (chi non ricorda “la caa’ stretta” di Zago?) e un adattamento del “Piccolo Principe” di Saint Exupery con più di 30 ragazzi coinvolti in scena. E il nostro cavallo di battaglia “Gaysruck: quell todescon d’on Arcivescov” messo in scena in tre diverse edizioni e che ci ha accompagnato fino all’ultima replica del 2023 al Teatro Gerolamo di Milano (ma nel decennio precedente anche il San -Babila ci aveva ospitato). Ma nel repertorio abbiamo anche affrontato qualche classico: “L’Avaro” di Moliere, “L’Ispettore Generale” di Gogol, “Il Berretto a sonagli” di Pirandello, “Tredici a tavola“ di M.G.Sauvajon, e “Pigmalione” di G.B. Shaw
Qual è il criterio che ci ha guidato e ancora oggi ci guida nella scelta del testo da proporre? La bellezza e la volontà di ciascuno di trovarvi il proprio personaggio e poterlo vivere. Ogni tanto arriva qualcuno (la compagnia è a “maglie larghe”: si entra e si esce come in quel momento della vita si può; poi ci sono i punti fissi, come il nostro scenografo che silenziosamente c’è sempre nonostante tutto); e quindi c’è chi ti manda un messaggio sulla chat del gruppo, tipicamente verso la fine dell’inverno, e dice che sarebbe bello mettere in scena la tal commedia... la si legge, la si rilegge e quando si è convinti, calibrate anche le forze disponibili, si parte.
In modo cooperativo si distribuiscono le parti, e si inizia a provare; si legge seduti e si apprende pian piano chi si è e chi si diventa calandosi nel proprio personaggio. Lo si fa proprio e si comincia poco a poco a rendere vivace e personale il testo che così prende vita. Si osservano i volti dei propri compagni e se esprimono sorrisi e apprezzamenti si capisce di essere sulla buona strada. Ci si lascia a inizio estate con l’impegno di mandare a memoria e poi subito a inizio settembre si comincia a provare in piedi, avendo intanto definito con lo scenografo gli elementi essenziali dello spazio teatrale.
Mentre proviamo ci immaginiamo i costumi di scena e, da una settimana all’altra, ciascuno si impegna nel procurare quanto occorre, dagli oggetti agli abiti agli accessori; si prepara la comunicazione e mentre si prova non si smette mai di approfondire il testo e scoprire man
mano significati nascosti e interpretazioni suggestive. Ognuno è libero di proporre e la regia è quasi sempre collettiva: quel che a tutti piace resta e si consolida nella messa in scena. Il tempo è sempre troppo poco e solo con il contributo di ciascuno ci si può azzardare nel definire una data per la “prima”, che rigorosamente non può essere che all’”Agorà”.
E poi arriva il momento “magico” in cui capiamo di essere “pronti”; in cui intuiamo che da ora si può andare in scena, sempre con il sacro timore di sbagliare qualcosa, ma anche con la certezza che coloro che saranno in platea riceveranno qualcosa di bello e che ciascuno si porterà a casa una piccola porzione di bellezza. E poiché ciò che è bello non può che essere anche buono... non avremo faticato invano, ma avremo portato gioia e scaldato i cuori. E questa la nostra unica ambizione (ovviamente gli applausi poi ripagano di tutto!).
Quest'anno abbiamo deciso di portare in scena “Due dozzine di rose scarlatte”, una commedia di Aldo De Benedetti del 1936. La abbiamo scelta perché piaceva moltissimo a uno di noi, se ne era quasi innamorato e da anni cercava di portarla in scena senza riuscirci; così, in
quest'anno in cui abbiamo ripreso il lavoro con un po’ di fatica (perché purtroppo abbiamo perso uno dei nostri pilastri per una malattia che l'ha portato via prima del tempo), abbiamo deciso di adottare questo testo. All'inizio l'abbiamo sottovalutato: pensavamo fosse una facile commedia brillante e invece lavorando abbiamo scoperto un testo complesso, pieno di sfaccettature e colmo di significati nascosti tra le sue righe; un testo in cui le letture possono essere molteplici e i personaggi stessi si possono interpretare in modo differente, dando loro in ogni momento uno spunto diverso. Noi, strada facendo, abbiamo scelto di interpretarlo come un testo che parlasse alle donne: è un testo del 1936 e risente certamente dell'ambiente e del modello patriarcale che c'era allora, con le donne relegate a una situazione di subalternità; ma qui invece viene fuori una donna che trova la sua libertà e la rivendica, ponendosi in modo paritario rispetto al marito, il quale, anzi, a un certo punto rimane preso dal suo stesso gioco e ne rimane vittima. C’è così spazio per la rinascita della moglie-donna, la quale da tradita può divenire essa stessa l’amata, per poi infine essere colei che il matrimonio lo salva, rimettendolo su una base di parità tra i coniugi. Questa lettura del testo ci è piaciuta e abbiamo deciso in qualche modo di farla vedere, cambiando qualche battuta del copione originale e dando senso nuovo a qualche frase. Soprattutto ne abbiamo voluto dare anche un'interpretazione aperta e stiamo lavorando per portarlo anche in qualche scuola, da lì creando magari anche un momento di discussione con i ragazzi: perché ci sono tanti temi che sono presenti, la donna e il suo ruolo, l’aiuto degli amici, la figura del marito; insomma, ci si può lavorare.
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